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Lo
guardo e immediatamente vengo colpito dalla sua
bellezza: la faccia paffuta e rotonda, il
sorriso scolpito da denti bianchi e dritti e
disegnato da labbra carnose, gli occhi neri
profondi e intelligenti, i capelli neri corti e
ordinati. Anche in lui leggo lo stupore e cerco
subito di rompere il ghiaccio semplicemente con
un saluto. La traduttrice viene in mio soccorso
e gli spiega chi sono e a questo punto ci
mettiamo seduti sul letto per chiacchierare.
All’ inizio è un po’ difficile sia per l’
imbarazzo e la sua comprensibile timidezza sia
per le difficoltà della lingua. Gli chiedo come
sta e dov’ era mentre lo aspettavamo, mi
risponde che sta bene e che era da un insegnante
di geografia. Parliamo un po’ della scuola: la
scuola si chiama Kusumba ed essendo vicina ci
arriva a piedi, gli piace e ne parla bene, me la
descrive come un edificio a tre piani e
frequenta la VI classe su 10; ha un migliore
amico a scuola che si chiama Bikash Naskar e non
riuscendo a comprendere il nome me lo faccio
scrivere sul quadernetto; gli piacciono varie
materie tra cui il Bengali, l’ Inglese, l’ Hindi,
la storia e la matematica; durante la
ricreazione e nel tempo libero gli piace giocare
a calcio, cosa strana in India dove tutti
giocano a cricket, e disegnare. Mi faccio
mostrare alcuni suoi disegni e mi accorgo che
per un bambino sono davvero fatti bene, gli
chiedo se posso prenderne qualcuno e lui
annuisce senza problemi. In generale il discorso
è un po’ macchinoso e difficile ma per me l’
importante resta comunque stabilire un piccolo
contatto e fargli sentire che esistiamo sperando
che noi in Italia riusciremo a sentire davvero
che lui esiste. Terminato il capitolo scuola
cerco di capire che cosa lui sa di noi e che
immagine ha in mente e scopro con poca
meraviglia che sa poco e niente, sa solo che
arrivano soldi da un genitore adottivo in
Italia. Gli parlo un po’ di Napoli facendogli
capire dove si trova e poi cerco di spiegarli
Sunhope, e cioè un gruppo di amici in un
università che hanno creato un sito internet.
Capisco che per lui è difficile comprendere,
anche se sa più o meno cosa sia internet, ma non
avendo mai visto un computer non ha una reale
idea. Questo mi fa pensare agli squilibri in un
paese in via di sviluppo che fino a poco tempo
fa era sottosviluppato, e cioè la
ridistribuzione al livello sociale dei frutti
del PIL in aumento: a qualche fermata della
metropolitana da lì esiste gente (poca ma
esiste) con telefoni cellulari all’ ultimo
grido, mentre qui, dove sono ora, Sudip come la
maggioranza degli indiani non ha mai visto un
computer, anche se mi rallegro che almeno ne
conosce l’ esistenza. Ritorno dai miei pensieri
e continuo a parlare con lui. Superata una fase
di domande tradizionali cerco di capire quali
sono le sue immagini di se stesso nel presente e
nel futuro: per prima cosa gli chiedo cosa
vorrebbe fare da grande e con piacere scopro che
vuole fare il medico! Immagino in quel momento
tutti i commenti dei sunhoppini a questa
notizia! Gli assicuro subito il nostro aiuto e
appoggio anche se so che non si verificherà
sottoforma di spiegazioni e consigli, ma nell’
unico modo possibile per noi, e cioè continuando
il programma di adozione. Con la sua risposta
capisco che ha intenzione di proseguire gli
studi ma capisco anche che probabilmente a
questo non ci pensa poi molto essendo ancora
piccolo. Gli domando se è mai stato da qualche
altra parte oltre quell’ area rurale dove vive e
lui mi risponde dicendo che è stato a Calcutta,
ma che non gli piace visto che ci sono troppi
palazzi e poche aree verdi per giocare, ma al
contempo non gli piace neanche dove vive e con
tenerezza ascolto la sua motivazione: “Le strade
sono tutte rotte”. Anche questa risposta mi fa
pensare, mi fa pensare a un popolo sottoposto a
una condizione e abituato ad essa: con i monsoni
le strade sono piene di buchi che vengono poi
riparati con dei mattoni ridotti a pezzettini,
ma che diventano una poltiglia sotto le continue
piogge e il risultato non è altro che creare
altro fango, altra sporcizia così in un circolo
vizioso. Un ripetersi di avvenimenti e azioni
senza fine con un atteggiamento rassegnato privo
di riflessione. Questo è l’ India, una vita che
viene vissuta solo perché si è nati, in cui la
speranza di un miglioramento è nascosta dall’
ignoranza stessa che esista qualcos’ altro, in
cui si cammina sotto la pioggia senza accorgersi
dell’ acqua che ti bagna, in cui da ateo penso
la religione non come l’ oppio dei popoli, ma
come unica motivazione di un popolo, ed è tenero
che un bambino con la sua innocente ed
esplicativa ingenuità possa dire “qui non mi
piace perché le strade sono rotte”. Gli domando
dove vorrebbe vivere e come vorrebbe che sia la
sua vita ma questo è davvero troppo per un
bambino e allora, seguendo la sua ingenuità, gli
chiedo semplicemente “Sei felice?” e lui
altrettanto ingenuamente mi risponde “Si”.
continua>>
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