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Agosto 2006: Parasite Eve INCONTRA SUDIP!

Calcutta, precisamente Sonarpur, area rurale a sud della città, Indoor Clinic dell’ IIMC (Institute for Indian Mother and Child).

Pomeriggio, caldo infernale, Calcutta brucia e l’umidità impregna l’ aria. C’ è un po’ più di fresco nello stanzino dei volontari stranieri della clinica grazie a due operosi ventilatori che lavorano senza sosta. Sono davanti al computer messo a disposizione per noi, sulla testa ho delle cuffie e un microfono vicino alla bocca e grazie ai prodigi della tecnica occidentale parlo tranquillamente a telefono, mentre i volontari indiani che passano all’ esterno mi guardano e sorridono incuriositi vedendomi ancora più distante da loro.

E’ una giornata tipo, il lavoro pesante l’abbiamo svolto stamattina e come al solito di pomeriggio si segue il lento tempo indiano tra un tè e qualche attività. Altri volontari sono con me nel nostro personalissimo stanzino, altri sono fuori in qualche villaggio, altri sono al centro, altri non so. 

Una volontaria indiana, braccio destro di Barnali, moglie di Sujit, il direttore del progetto, viene a chiamarmi un po’ intimidita, complice un inglese masticato alla “indiana”. Le dico che l’ avrei raggiunta nel suo ufficio di lì a qualche minuto, lei annuisce sempre intimidita. Comincio a fare ordine nei tanti pensieri e mentre mi avvio verso il suo ufficio mi chiedo quale sarà il motivo di questo invito. Forse le solite cose, qualche lettera da tradurre, qualche scuola da visitare, oppure uno dei tanti interminabili meeting! Arrivo pensieroso nell’ ufficio di Barnali, che mi dice subito con molta naturalezza “Allora, vuoi vedere il tuo bambino adottato?”. Di colpo vengo tirato fuori dal torpore indiano dei miei pensieri e rispondo “Si….ma….ora?” e mi rendo conto di quanto sia retorica la mia domanda conoscendo la disorganizzazione indiana! Emozionato, corro nello stanzino a preparare lo zaino e raccatto le mie cose, quadernetto, macchina fotografica, fonendoscopio e tutto e torno all’ufficio. Metto pressione alla volontaria indiana che mi aveva chiamato, che scopro essere la mia traduttrice, e in un battibaleno siamo nel motorischaw della clinica, il principale mezzo di trasporto a Calcutta, una sorta di apecar. Comincio a chiedere alla mia traduttrice qualche notizia su Sudip ma capisco che ne sa poco, ma non fa niente, tra poco queste cose le chiederò direttamente a lui. Il tragitto è breve, il nostro percorso in motorischaw è durato solo una quarto d’ora. L’autista devia sulla destra in una stradina sterrata. Stamattina è piovuto e il terreno è un cumulo di fango, ma questa è un’ immagine non insolita qui. Questo viottolo si allarga e si apre in una zona immersa nel verde con un piccolo laghetto dove donne curve sul tramonto lavano i panni dei bimbi che sguazzano nell’acqua. Subito penso a come fare per descrivere per Sunhope questo posto senza dare un’ immagine idilliaca ma per trasmettere invece la tristezza e l’ aspetto grottesco di questa natura decadente. Capisco subito che non ci riuscirò. La nostra vettura cammina lenta nel fango, impantanandosi nelle buche di tanto in tanto, e ci porta fino alle prime baracche di quella zona. Ci fermiamo e la traduttrice chiede a una donna in una baracca dove abita Sudip Singh. Sentire quel nome pronunciato da un indiana finalmente me lo fa sentire reale. Sto per incontrare Sudip! Durante il tragitto avevo scritto qualche domanda da fare, anche se speravo di essere avvisato almeno un giorno prima per prepararmi meglio, ma non importa, l’ importante è che sono qui. La donna ci spiega che si è trasferito insieme alla famiglia in una casa più avanti. Risaliamo sul motorischaw e proviamo a dare un passaggio alla nostra informatrice ma è troppo grassa e non ci muoviamo di un millimetro! Dopo qualche risata e qualche nuovo vano tentativo ci rimettiamo in marcia. Il paesaggio resta uguale: natura che tutto ispira tranne che la vita, baracche, bimbi nudi che ridono. Non è un paesaggio strano da queste parti, non sono in un angolo di sofferenza e squallore, sono in un’ intera megalopoli di sofferenza e squallore in ogni sua parte. Di nuovo ci fermiamo e scendiamo, siamo arrivati. Camminiamo nel fango e nelle pozzanghere fino a un’ altra fila di baracche e di nuovo gli abitanti escono incuriositi a vedere quel fenomeno da baraccone, un bianco che li guarda sorridenti salutandoli con il solito “Namaskar!” con le mani giunte in preghiera secondo la reverenza del saluto indiano. Seguo impaziente la mia traduttrice fino all’ ultima baracca sulla destra, la casa di Sudip, ma con il nostro stupore lui non c’ è. Parliamo con la madre, una donna in carne vestita con uno sgargiante sahari arancione, che ci dice che Sudip è insieme a un suo insegnante di geografia. Altre donne lo vanno a chiamare. La vita qui si svolge come una comunità, non c’ è il concetto di privacy, è come se quella fila di dieci baracche ospiti in un unico nucleo familiare una ventina di famiglie. La madre ci invita in casa. Guardo la casa e non provo molto stupore a vederla (dopo tre settimane a Calcutta poche cose riescono ancora a stupirmi!), ma provo più partecipazione, forse proprio perché è la casa di Sudip, di cui ho sentito tante volte parlare ma di cui ora vedo la cruda realtà. La casa è circa 2,5m x 2,5m, con un unico letto che occupa 2/3 dello spazio, i muri sono fatti da un unico strato di mattoni di circa 20cm, il tetto spiovente è fatto con assi di legno e paglia, il pavimento di fango pressato, la luce entra da una piccola finestra che altro non è che un’ apertura nel muro, qualche asse di legno appoggiata su canne di bambù funge da mensola, una piccola struttura in legno è il poggiatutto della casa per vestiti barattoli etc., non c’ è il bagno ma almeno c’ è l’ elettricità usata per una piccola televisione un ventilatore e una lampadina; affianco alla televisione c’ è una macchina per cucire, la madre mi spiega che la usava per lavorare prima di subire un’ operazione di cui non riesco a capire i particolari (ovviamente tutte le conversazioni sono mediate dalla traduttrice). In questa casa vivono Sudip insieme al fratello e ai genitori e non è neanche di loro proprietà: pagano tra affitto e elettricità 600 rupie al mese (circa 12 euro). Chiedo alla madre quanto disti la scuola e lei mi risponde che è solo a 5 minuti da casa e infatti dopo qualche attimo arriva Sudip.

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Sito ideato e realizzato da:

Santino Cuomo, Lea Bonfiglio, Roberto Tortorella

Col patrocinio del Presidente del Corso di Laurea della Facoltà di Medicina e Chirurgia della Seconda Università degli Studi di Napoli