della Seconda Università degli studi di Napoli

la fecondazione assistita

Le tecniche di fecondazione artificiale e, più in generale, la manipolazione dell’embrione umano sollevano numerose problematiche, che richiedono soluzioni giuste e obiettive nel rispetto dei vari agenti e dei vari attori sociali coinvolti.

Il giudizio etico, infatti, non esaurisce il suo compito nel fissare il limite invalicabile dell’azione morale, in una sorta di restrizione, di delimitazione dell’attività umana.

Certamente l’etica fonda le sue radici su un principio comune: non è lecito realizzare tutti i possibili, ma ha anche il compito di indicare la via da seguire affinché si realizzi il nostro essere uomini, ed è strumento di espansione della persona umana, sottolineandone i valori da rispettare, perseguire, promuovere.

Ecco la necessità di una riflessione che, tenendo conto dei desideri, dei bisogni, dei valori in gioco, porti ad un arricchimento creativo nella ricerca di ciò che è l’uomo, e non sia considerata un ostacolo al progresso dell’umanità.

Non è possibile, a chi scrive, prendere in considerazione, in maniera esaustiva, ogni aspetto del complesso problema della fecondazione artificiale e della manipolazione embrionale.

Può essere didatticamente utile analizzare, seppure in modo sommario, i valori in gioco, cogliendo quelle domande fondamentali, dalle cui risposte emergeranno le considerazioni etiche principali.

In ordine ai valori in gioco dobbiamo considerare:

  • 1) il diritto a procreare;
  • 2) il valore dell’embrione umano;

il diritto a procreare

Intorno al procreare umano dobbiamo rispondere ad alcune domande:

1) il procreare umano ha una sua peculiare struttura?
2) Esiste un diritto alla procreazione; il desiderio di avere un figlio sopravanza il diritto esclusivo degli sposi a diventare padre e madre soltanto l’uno attraverso l’altro?
3) È lecito scindere il momento unitivo dal momento procreativo?
Le risposte a queste domande dipendono naturalmente dalle concezioni antropologiche di partenza: sono, quindi, molteplici, risentendo del pluralismo antropologico accentuato che contraddistingue la nostra società.
Seppure sommariamente possiamo delineare tre posizioni etiche fondamentali che possono ritrovarsi comunemente nella pratica clinica e che amplificano un valore rispetto ad altri:
a) il valore del diritto soggettivo al figlio;
b) il valore della genitorialità;
c) il valore della comunione coniugale.

a) il valore del diritto soggettivo al figlio
Le concezioni antropologiche che accentuano l’individualismo e identificano il principio di autonomia del soggetto come uno dei valori fondamentali della gerarchia morale, tendono a riconoscere all’essere umano il diritto di procreare per se stesso: per autorealizzazione, per autoaffermazione o per la perpetuazione genetica della discendenza familiare.

In questo caso l’esplicazione del diritto non ha bisogno del momento unitivo coniugale: i vari partners della fecondazione sono solamente i momenti tecnicamente necessari, affinchù si possa godere dell’inalienabile diritto di avere il figlio.

Questa concezione si accomuna ad una riduzione del valore tradizionale della famiglia rispetto al desiderio di maternità della donna che è prevalente.

La richiesta di FIVET da parte di single, di donne in età non più fertili, si inquadra in questo scenario antropologico.

Un discorso a parte meritano le coppie gay che richiedono la procreazione assistita: in questo caso, dai richiedenti viene affermata oltre che la volontà personale e il diritto al figlio anche un’affettività parentale stabile, ritenuta paragonabile o addirittura migliore del rapporto genitoriale tradizionale.

Generalmente, in questo panorama etico, l’embrione è considerato come un essere umano potenziale, in tutto e per tutto dipendente dalla donna che lo possiede e che, quindi, può disporne in un atto di autodeterminazione.

È la donna, quindi, nel caso di embrioni soprannumerari, con un gesto di responsabilità e di sensibilità a devolverli volontariamente alla ricerca.
Il medico che abbraccia tale antropologia ha come compito primario quello di rispettare la scelta e l’autonomia della paziente: non importa che sia single e, sino a quando l’ipotesi di uno svantaggio per la vita di un nascituro di essere accolto da una coppia omosessuale non troverà una chiara dimostrazione nella pratica, è doveroso che il medico si comporti nel rispetto delle volontà espresse dalla paziente.

Le stesse considerazioni possono essere fatte per le donne ormai sessagenarie.

Le leggi straniere che si avvicinano di più alle posizioni esposte. sono quella inglese e quella spagnola

b) il valore della genitorialità

Un’altra concezione presente nella nostra società è quella che riconosce l’importanza della realizzazione di un progetto di genitoralità superiore ai problemi etici connessi con la riproduzione assistita.

È il caso di coppie che si riconoscono nell’ambito dei valori espressi dalla concezione tradizionale della famiglia, accettano l’intersoggettività della generazione umana che non può fare a meno di comprendere anche l’altro protagonista: il figlio, soggetto della procreazione, ma ritengono che la nascita del figlio, mediante le tecniche FIVET, sia un bene superiore ad ogni problema proveniente dalla tecnologia.

c) il valore della comunione coniugale

La visione antropologica di riferimento è quella personalistica, illuminata dalla Rivelazione cristiana: in questo scenario la procreazione e la comunione coniugale superano qualitativamente il concetto meramente biologico della riproduzione-accoppiamento, situando la procreazione umana nell’incontro di due persone orientate alla trasmissione della vita.

È nell’atto proprio dei coniugi che l’amore conosce la sua realtà più profonda di donazione, ed è l’amore coniugale che, “mentre conduce gli sposi alla reciproca “conoscenza” che li fa “una carne sola”, non si esaurisce all’interno della coppia, poichù li rende capaci della massima donazione possibile, per la quale diventano cooperatori con Dio per il dono della vita ad una nuova persona umana”.

La presenza attiva del “terzo” nella coppia degli sposi, nel caso di FIVET eterologa, costituisce una evidente violazione della “unità coniugale” ed un’alterazione del rapporto figlio-genitori.
Nel caso della FIVET omologa, invece, la dissociazione tra il momento unitivo, che in questa tecnica può non esserci, e il momento procreativo distorce l’intima struttura del procreare umano che, come abbiamo visto, ha il carattere di totalità unificata.

il valore dell’embrione umano

Intorno al valore dell’embrione dobbiamo chiederci:
a) quando inizia la vita umana? Ovvero in che momento l’embrione è qualcuno e non qualcosa?

b) È giusto trattare l’embrione come un “altro” o è sempre e comunque sottoposto all’autodeterminazione della donna che lo possiede?

a) quando inizia la vita umana? Ovvero in che momento l’embrione è qualcuno e non qualcosa?

L’embrione è sin dall’inizio un essere umano o lo diviene in un secondo momento del suo sviluppo?

Già nel 1979 alcuni autori statunitensi hanno indicato il termine del 14° giorno dopo il concepimento il momento in cui si può riconoscere all’embrione il carattere umano.

Nel rapporto Warnock il limite dei 14 gg era stato proposto come termine, oltre il quale “nessun embrione umano derivato dalla fecondazione in vitro può essere tenuto in vita, se non trasferito a una donna” e neppure “usato come soggetto di ricerca”.

Le motivazioni addotte riguardano il fatto che il 14° giorno corrisponde al completamento dell’impianto e verso il 14° giorno si evidenzia la comparsa della linea primitiva, che indicherebbe che le cellule destinate a costituire l’embrione vero e proprio si sono ormai differenziate dalle cellule che formeranno invece i tessuti placentari e protettivi. Altri autori pretendono di dedurre dall’esistenza di gemelli omozigoti la tesi che l’embrione, nelle prime due settimane, non è un individuo umano. 
Si tratterebbe pur sempre in ogni caso di vita umana, ma di vita non ancora individuale.

Al contrario, un’altra posizione accettata da un gran numero di studiosi, non solo di matrice cattolica, considera l’essere umano sin dal momento del concepimento: dal punto di vista biologico, affermano, l’embrione anche nei primi 10 gg dopo il concepimento rappresenta un soggetto ben determinato che si sta sviluppando secondo una legge di totalità e unità.
Se, per l’intervento di alcuni fattori, una parte di esso si scinde, e questa, potendolo, continua il proprio sviluppo, i due o più individui che ne risultano non dimostrano affatto che nell’embrione originale era assente quell’unità nella totalità che costituisce un individuo.

La vita umana inizia nel momento della penetrazione del gamete maschile in quello femminile e l’embrione è sin dall’inizio qualcuno poichù ha un proprio progetto di sviluppo che, se le condizioni richieste sono soddisfatte, in maniera coordinata continua e graduale, lo porterà ad attuare pienamente nella nascita le potenzialità contenute nello zigote.

Secondo questi autori, sembra dunque fin troppo scoperto il tentativo di codificare e di far accettare all’opinione pubblica e allo stesso mondo scientifico il termine di prembrione per i primi 14 gg di vita embrionale, con lo scopo di escluderlo come persona umana e di consentirne l’uso per esperimenti o per trapianti di tessuti.

Il rapporto Warnock , infatti, esplicitamente considera il 14 gg dopo la fecondazione come il limite massimo del periodo in cui sarebbe lecita la sperimentazione con embrioni umani.
b) È giusto trattare l’embrione come un “altro” o è sempre e comunque sottoposto all’autodeterminazione della donna che lo possiede?

Anche in questo caso la risposta prevede due posizioni contrastanti:
Per alcuni, l’embrione è in tutto e per tutto dipendente dalla donna che lo possiede e non ha alcuna autonomia; quindi la donna può disporne in un atto di autodeterminazione.

Per altri è vero che l’embrione è strettamente dipendente dalla donna, ma solo in senso energetico, così come un neonato riceve dalla madre tutto il suo nutrimento.
Da un punto di vista genetico l’embrione è del tutto autonomo e svincolato dal resto dei tessuti ed organi materni.

Questi autori, quindi, sottolineano come il rapport donna-embrione o donna-feto sia un rapporto di dipendenza energetica e nello stesso tempo di alterità genetica e personale

 

il comitato italiano per la bioetica

l Comitato e’ pervenuto unanimemente a riconoscere il dovere morale di trattare l’embrione umano, sin dalla fecondazione, secondo i criteri di rispetto e tutela che si devono adottare nei confronti degli individui umani a cui si attribuisce comunemente la caratteristica di persone, e cio’ a prescindere dal fatto che all’embrione venga attribuita sin dall’inizio con certezza la caratteristica di persona nel suo senso tecnicamente filosofico, oppure tale caratteristica sia ritenuta attribuibile soltanto con un elevato grado di plausibilita’, oppure che si preferisca non utilizzare il concetto tecnico di persona e riferirsi soltanto a quell’appartenenza alla specie umana che non puo’ essere contestata all’embrione sin dai primi istanti e non subisce alterazioni durante il suo successivo sviluppo.

Il Comitato ne ha dedotto unanimemente una serie di indicazioni circa trattamenti moralmente illeciti nei confronti degli embrioni umani, a qualunque stadio del loro sviluppo:

  • produzione di embrioni a fini sperimentali, commerciali o industriali;
  • generazione multipla di esseri umani, geneticamente identici mediante fissione gemellare o clonazione; creazione di chimere;
  • produzione di ibridi uomo-animale;
  • trasferimento di embrioni umani in utero animale eo viceversa.

Una parte del Comitato ritiene che tale illiceita’ sussista incondizionamente anche nei casi seguenti:

  • soppressione o manipolazione dannosa di embrioni
  • diangosi pre-impianto finalizzata indiscriminatamente a soppressione di embrioni
  • formazione in vitro di embrioni di cui non si intenda provvedere all’impianto nell’utero materno.

Il Comitato ha unanimemente ritenuto moralmente leciti :

  • eventuali interventi terapeutici in fase sperimentale su embrioni, quando siano finalizzati alla salvaguardia della vita e della salute dei medesimi;
  • le sperimentazioni su embrioni morti ottenuti da aborti.

Una parte del Comitato ritiene che la liceita’ morale si estenda ad alcuni casi ben precisi, ossia:

  • la produzione di embrioni a fini procreativi;
  • la diagnosi pre-impianto puo’ giusitifcare la decisione di non impiantare embrioni soltanto nel caso che questi risultino affetti da gravi malformazioni o patologie genetiche;
  • l’utilizzo per scopi sperimentali o terapeutici di embrioni crioconservati in “stato di abbandono”, purche’ il loro ulteriore sviluppo non venga protratto oltre il termine in cui, in caso di sviluppo normale, avrebbero potuto impiantarsi.

Le indicazioni complete delle casistiche qui richiamate sommariamente a puro titolo riassuntivo, nonche’ delle condizioni da rispettare in alcune di esse, sono esposte nei punti del presente documento in cui sono state espressamente trattate.