Abbiamo
parlato di tutte le PCR: c’è una grossa diatriba
per poter calcolare il numero di molecole finali
partendo dal numero di molecole iniziali. Posso
quantizzare un prodotto di PCR a patto che
conosca quante molecole iniziali ho messo nella
reazione, l’efficienza di amplificazione (in
teoria ad ogni ciclo il DNA si duplica e
corrisponde ad un’efficienza 100%: molto spesso
l’efficienza di amplificazione non è 100%).
Quali sono i motivi per cui l’efficienza non è
al 100%?
Dipendono
essenzialmente da come è fatto il primer.
Immaginiamo di avere 100 molecole per studio ed
avere un’enorme quantità di primer perché in
effetti la reazione è a due, tra il bersaglio e
il primer. Il primer è sempre in eccesso
rispetto al DNA o cDNA (da 10 a 100 volte in
più) perché non vogliamo che la reazione della
PCR termini a causa dell’esaurimento del primer
e per facilitare gli incontri tra il primer e il
bersaglio (è questione di cinetica), a meno che
non stiamo facendo la PCR asimmetrica in cui uno
dei due primer è stato volutamente messo in
quantità limitata perché vogliamo amplificare
solo uno dei due filamenti.
Ma perché,
se vuoi amplificare un solo filamento, fai la
PCR asimmetrica mettendo due primer di cui uno
in quantità ridotta e l’altro in quantità
superiore? Perché con i primi cicli vogliamo
comunque aumentare il numero di molecole per poi
utilizzarle come stampo per quelle a singola
elica.
I primer
devono incontrare il bersaglio: se il primer
invece di preferire l’incontro col bersaglio si
struttura su se stesso, è perché ha delle
regioni a gambo ed ansa (steam and loop) per cui
si autostruttura (si autocomplementa).
Per un fatto logico è preferito da un punto di
vista termodinamico l’autostrutturarsi (reazione
intramolecolare) che non andarsi ad incontrare
con un’altra molecola (reazione
intermolecolare).
I primer
possono anche formare dimeri per cui due primer
dimerizzano fra loro invece di ibridarsi con il
bersaglio: anche questa formazione di dimeri è
facilitata rispetto all’incontro del primer col
bersaglio perché la concentrazione dei primer è
molto più elevata di quella del DNA bersaglio.
L’efficienza di amplificazione
dipende:
In teoria
avremmo un’efficienza al 100%, ma in pratica non
la abbiamo mai.
Per poter
quantizzare il numero di molecole alla fine
della PCR partendo da un numero iniziale di
molecole devo conoscere: il numero iniziale di
molecole e l’efficienza di amplificazione. Cosa
importante è che il calcolo lo devo fare nel
range di amplificazione lineare o fase
esponenziale (non devo eccedere cioè nel numero
di cicli) e non nella fase plateau, prendendo
quindi in considerazione le molecole che ho
nella fase esponenziale in rapporto alle
molecole iniziali.
Formula:
In teoria:
N = N
0•2n
In pratica:
N = N0• (1+E)n dove 0 < E
< 1
(per una
PCR ottimale E = 0.8-0.9)
E
varia nel corso della reazione (vedi fase di
plateau, dove tende allo zero)
In alcuni
casi al posto di n (numero di cicli) c’era n-1:
c’è una diatriba su questo, ma è un fatto
semplice e sta nel considerare o meno le
molecole iniziali nel conto. In pratica sappiamo
che il numero di molecole finali è uguale al
numero di molecole iniziali per (1+E)n
, dove E sta per l’efficienza. Quest’ultima
oscilla tra 0 e 1 (100%) e per una PCR ottimale
E = 0,8-0,9.
La
quantificazione di acidi nucleici tramite PCR o
RT-PCR e’ diventata un importante elemento nella
clinica diagnostica. Questo vale
particolarmente per la diagnosi e il controllo
della terapia delle malattie infettive. Es.: HIV
o HCV.
Volendo
verificare se la terapia che sto eseguendo è
efficace, se il farmaco sta facendo effetto,
devo calcolare la carica virale, un dato
quantitativo e non più qualitativo (per
osservare se il numero di particelle virali nel
sangue è sceso).
La real
time è l’apparecchio per eccellenza per poter
quantizzare il DNA.
Se facciamo
la PCR classica, partiamo da un certo numero di
copie di DNA, lo amplifichiamo e poi lo
analizziamo o sul gel di agarosio o
sequenziandolo. Ci sono degli apparecchi, quando
analizziamo su gel, che vanno ad acquisire la
luminosità della banda di DNA perché per
visualizzarlo abbiamo messo il colorante
(bromuro di etidio) che si intercala tra le
basi. È chiaro che più molecole di DNA ci sono,
più molecole di bromuro di etidio si intercalano
e più la luminosità sarà alta. Vi è una
relazione lineare tra la luminosità dovuta al
colorante e la quantità di DNA. La telecamera
acquisisce questa luminosità e ci dà un numero
che ne corrisponde: in questo modo possiamo
relazionare la luminosità al numero di molecole.
Quando
impostiamo un numero di 30 cicli (in genere la
fase esponenziale va tra i 20 e i 30, ma dipende
dalla quantità di DNA di partenza: meno DNA di
partenza e più la fase esponenziale è spostata
nel numero di cicli; più DNA di partenza e più
la fase esponenziale inizia e termina prima)
dovrei trovarmi nella fase esponenziale, ma non
ne ho la certezza assoluta. Infatti la PCR
classica si chiama “end point PCR” (a fase
terminale). Con la “real time PCR” eseguo
invece in tempo reale (ciclo per ciclo)
l’amplificazione del DNA e quindi così
posso anche sapere se sono nella fase
esponenziale oppure no mentre con la “end
point PCR” amplifico ipotizzando di stare nella
fase esponenziale. [da sapere bene all’esame
questa differenza]
Con la real
time, nel tubino abbiamo messo insieme ai
componenti della PCR classica (DNA, Taq
polimerasi, nucleotidi, i primer) anche un
colorante (simile al bromuro): l’apparecchio è
fatto in modo tale che ad ogni ciclo passa un
raggio di luce che misura l’assorbimento da
parte del DNA di questa luce (più DNA c’è, più
verrà assorbita la luce) e sapremo ad ogni ciclo
quanto DNA si è amplificato. Il colorante
fluorescente è eccitato dalla luce che passa ed
emetterà a sua volta una luce e questa luce
verrà misurata: più questo colorante viene
incorporato nel DNA, quando passerà la luce che
eccita il colorante, avremo un più forte segnale
di risposta da parte del colorante.
Il grafico
della fluorescenza è molto simile a quello
relativo all’efficienza dell’amplificazione.
Domanda:
c’è un raggio di luce UV che colpisce la
sostanza fluorescente,la quale la assorbe e la
emette ad una lunghezza d’onda superiore con
minore potenza (da ricordare che la lunghezza
d’onda è inversamente proporzionale
all’energia). L’apparecchio è fatto in modo da
misurare questa luce emessa dal colorante quando
viene colpito dal raggio di luce. Se il
colorante si è incorporato o no nel DNA, quando
passa il raggio UV, il colorante emetterà
comunque una luce indipendentemente dal fatto
che il colorante si sia incorporato al DNA.
Allora come
fa l’apparecchio a sapere se la luce viene dal
colorante che sta incorporato al DNA o dal
colorante libero? L’apparecchio ha la capacità
di misurare la fluorescenza a diverse
temperature e a seconda della temperatura alla
quale legge la fluorescenza, potrà essere sicuro
che quella fluorescenza derivava dal colorante
inglobato nel DNA oppure no.
Alla fin
fine nel sequenziare il DNA non facciamo altre
che utilizzare una reazione tipica di una
polimerasi. Sia che abbiamo fatto la PCR, sia
che facciamo il sequenziamento, andiamo ad
utilizzare delle polimerasi. Se volessimo
considerare chi sono i componenti del
sequenziamento, sono quelli che in qualche modo
utilizziamo per la PCR classica.
Per poter
fare la PCR ho bisogno di: DNA da amplificare,
Taq polimerasi, nucleotidi trifosfati e di una
coppia di primer.
Per il
sequenziamento del DNA ho bisogno del DNA da
sequenziare, di una DNA polimerasi normale che
funziona a 37 gradi estratta da E. coli (oppure
in genere una polimerasi ingegnierizzata che non
ha attività di correttore di bozze,
esonucleasica 3’→ 5’ detta frammento di Klenow),
nucleotidi trifosfati, un primer di innesco e
infine i dideossinucleotidi trifosfati
(hanno il gruppo H sia al 2’ che al 3’).
Si fa
replicare il DNA: il primer si complementa con
una regione del DNA stampo, la polimerasi
inserisce il deossinucleotide entrante, viene
scisso il legame tra il fosforo in
Esistono
due tipi di sequenziamento: il sequenziamento
manuale (è utile per identificare gli
eterozigoti in alcune malattie puntiformi) e il
sequenziamento automatico.
Il
sequenziamento manuale si basa sul principio
appena descritto, solo che invece di mettere in
un unico tubino tutti e quattro i dideossi,
dobbiamo dividere la reazione per 4: in 4 tubini
diversi mettiamo il DNA, la DNA polimerasi, il
primer e i deossinucleotidi mentre in ciascun
tubino mettiamo un dideossi diverso: dideossiA,
dideossiT, dideossiC e dideossiG.
Quindi, in
ogni tubino, la reazione si fermerà dove doveva
incorporare la A, la T, la C o la G. Inoltre ho
marcato radioattivamente il primer di innesco al
5’P in modo tale da avere una molecola
neosintetizzata radioattiva (ne avrò diverse per
ogni tubino).
Dopo un
certo tempo termina la polimerizzazione e andrò
a separare i frammenti di DNA presenti nei 4
tubini con un gel elettroforetico di acrilammide,
poiché ha le maglie più strette in modo da
separare frammenti che differiscono di un
singolo nucleotide. Terminata la corsa
elettroforetica, abbiamo un gel in cui i vari
frammenti si sono separati e sono radioattivi:
prendiamo il gel, lo mettiamo a contatto con una
lastra autoradiografica e la radiazione colpirà
la lastra, che verrà impressionata e sviluppata.
Come si
legge una sequenza nucleotide per nucleotide?
Dal frammento più piccolo (più vicino al primer)
al più grande, dal basso verso l’alto [nella
diapositiva 13 in basso a destra (dove leggo G
significa che ho messo la dideossiC)].
In questo
modo possiamo fare una diagnosi di mutazione
puntiforme.
Il
sequenziamento si potrebbe ipoteticamente fare
anche su DNA non amplificato con PCR, ma la
quantità di DNA è minima e non si può
sequenziare adeguatamente: conviene fare PCR e
sequenziamento (migliore del normale gel di
agarosio). Gli eterozigoti si vedono bene con il
gel di acrilammide: se è vero che per ogni
posizione c’è sempre una sola banda, nel caso
degli eterozigoti in una posizione troverò due
bande diverse (ad esempio una T e una G) perché
una volta è stato sequenziato un allele e una
volta è stato sequenziato l’altro allele (ciò
significa che il DNA in quella regione ha due
alleli differenti per una base). Ciò è
importante nelle talassemie in cui un gene di
una globina α o β è mutato e l’altro no.
Questo tipo
di sequenziamento è lungo e inoltre, per un
limite intrinseco alla reazione, il frammento
che leggiamo, per quanto il gel possa essere
lungo, non va oltre i 500 nucleotidi.
Per quanto
riguarda il sequenziamento automatico, è
possibile determinare la sequenza nucleotidica
di una regione di DNA, a partire da una
soluzione di DNA amplificato e purificato,
utilizzando un sistema di apparecchiature che
determinano e visualizzano automaticamente il
risultato: il sequenziatore automatico.
Questo
presenta i 4 dideossi in un unico tubino; il
primer non è marcato radioattivamente. Ogni base
di un dideossi è coniugata, cioè marcata, ad un
fluorocromo diverso, cioè ad una sostanza che se
colpita da un raggio di luce emette
fluorescenza.
All’interno
del sequenziatore i frammenti della miscela
vengono separati e ordinati secondo la loro
lunghezza grazie alla presenza di un capillare
contenente acrilammide e poi colpiti da un
raggio di luce laser che eccita i fluorocromi
coniugati ai dideossi. Ad ogni posizione
l’apparecchio legge il tipo di fluorescenza:
viene rilevata una emissione di fluorescenza di
colore diverso per ognuno dei quattro dideossi e
un software ricostruisce la sequenza del
frammento iniziale di DNA abbinando a ciascuna
emissione luminosa il corrispondente ddNTP.
Il laser si
sposta lungo il gel e ad ogni posizione andrà a
vedere quale fluorescenza viene emessa. Il
computer subito trasforma la fluorescenza nella
base corrispondente e automaticamente ci dà la
sequenza grazie al cosiddetto
elettroferogramma.
Gli
eterozigoti li leggo se l’elettroferogramma
presenta un doppio picco in una posizione: però
non ne ho la certezza. L’intensità della
fluorescenza, per un fatto della macchina, non è
sempre la stessa (una piccola fluorescenza che
viene sovrastata dal picco si chiama in gergo
tecnico “rumore di fondo”): a volte non possiamo
sapere se la doppia fluorescenza sia dovuta al
fatto che la reazione non è avvenuta bene o se
effettivamente siamo in presenza di eterozigosi
(ecco perché per identificare gli eterozigoti è
preferibile utilizzare il metodo manuale).