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Intervista al prof Weisz
(versione integrale)

Il prof. Weisz si racconta

Protagonista della nostra intervista è, per questo numero, il prof. Weisz, docente di Patologia Generale, nonché ricercatore. Da conoscitore della genetica e del mondo della ricerca, il prof Weisz dà spunti di riflessione in campi che vanno dalla droga alla sperimentazione. Profondamente convinto dell’importanza degli insegnamenti e della formazione, ci rende partecipi del suo punto di vista su molte importanti problematiche, con una cultura ed una capacità di giudizio che lasciano estasiati

Cominciamo con gli interessi personali: ultimo libro letto e/o preferito.
Il mio hobby principale è la lettura. Mi piacciono molto i gialli ed i libri scherzosi, ma amo leggere anche romanzi e libri di saggistica o che trattano di storia e storia dell’arte. Un autore che mi piace particolarmente e che continuo a rileggere con piacere è PG Wodehouse, un inglese che ha preso in giro con ironia e molto humor l’aristocrazia Inglese di inizio secolo. Se dovessi consigliare un libro, suggerisco di leggere “Viva Israele” di Magdi Allam, che ho trovato estremamente coinvolgente e per molti versi illuminante.
Ultimo film visto?
Vado sempre più raramente al cinema, soprattutto perchè ne esco spesso deluso, quando non disgustato. Un film recente che mi è piaciuto particolarmente è "Lettere da Iwo Jima" di Clint Eastwood, che racconta un episodio della guerra tra Americani e Giapponesi nel Pacifico, visto dalla parte di questi ultimi. Eastwood ha preso spunto dal ritrovamento, avvenuto qualche anno fa, di lettere scritte prima di morire da soldati Giapponesi di stanza sull’isola di Iwo Jima assediata e mai. E’ un bellissimo film contro la guerra, così pieno di umanità e poesia da commuovere. In questo caso, appena finito il film mi è venuto il desiderio di rivederlo appena possibile, ed è per me il segno che quel film mi è veramente piaciuto.
Parliamo ora di problemi etici: cosa ne pensa dell’aborto?
In linea di principio sono, salomonicamente, d’accordo sia con chi, come la Chiesa cattolica per esempio, condanna l’aborto che con chi lo ritiene una libertà in più della donna. Mi spiego: se da un lato credo che la Chiesa faccia benissimo a difendere la vita ed a richiamarci, in questo come in tanti altri casi, a principi etici e morali imprescindibili, dall’altro mi rendo conto che ci sono situazioni nelle quali la donna -perchè è solo di lei che si deve parlare in questi casi- possa non sentirsi obbiettivamente in grado di portare avanti una gravidanza particolarmente problematica. Finisco con una provocazione, cui però credo: visto il preoccupante calo di nascite cui assistiamo in Italia ed il numero crescente di coppie disposte ad adottare un bambino, non sarebbe una buona idea considerare la possibilità di favorire molto di più l’incontro tra la donna che sente la necessità di abortire e coppie desiderose di adottare un bambino, magari con una legislazione che favorisca e premi l’adozione quale alternativa all’aborto?
Cosa ne pensa della divisione delle droghe in leggere e pesanti?
Partiamo dal fatto che io sono, ahimè, un fumatore. Tipicamente, si inizia fumando una sigaretta ogni tanto, magari in compagnia e, perchè no?, un pò per emulazione, ma quante volte poi ci si ferma alla sigaretta ogni tanto? Per le droghe leggere, secondo me vale lo stesso discorso, con la differenza che queste influenzano negativamente il cervello molto di più delle sigarette. In più, e lì sta uno dei pericoli maggiori, le droghe rappresentano un modo per uscire dalla realtà, un paradiso artificiale nel quale rifugiarsi per difendersi dalle difficoltà del vivere e dell’interagire coi nostri simili. E’ li che vedo il rischio maggiore, perchè penso che l’assunzione di sostanze psicotrope, porta sempre all’assuefazione ed alla dipendenza psicologica, con tutte le implicazioni che già questo ha nella vita di tutti i giorni. Inoltre, va considerato che le droghe leggere non si comprano in tabaccheria ma da delinquenti che, all’occorrenza, vendono anche quelle più pesanti e non si fanno certo problemi ad offrire queste ultime ai consumatori abituali. Pertanto, chi diventa acquirente di droghe leggere si espone ogni volta alla tentazione, se posso usare questo temine, di ‘provare’ anche quelle pesanti, della pericolosità delle quali mi auguro non ci sia dubbio. E che dire, poi, del fatto che il ricavato di questo commercio finisce per finanziare altri crimini, in una specie di catena di Sant’Antonio che arriva all’omicidio, al racket, alla corruzione, all’usura e quant’altro? Da questo punto di vista, credo che la proposta di liberalizzare la vendita di droghe leggere per sottrarla alle varie mafie non sia poi un’idea così peregrina, purchè quest venga abbinato a campagne capillari e martellanti di informazione sui danni da droghe e di prevenzione.
Cosa ne pensa degli esperimenti che hanno avviato sulle cellule staminali?
Premetto: c’è disinformazione e cattiva informazione su questo punto, che sono vere e proprie distorsioni della realtà. Cominciamo a dire che ci sono due classi di cellule staminali che ci interessano, le totipotenti e le multipotenti, che sono due cose totalmente diverse l’una dall’altra. Parliamo delle totipotenti, che ci interessano di più perchè sono quelle non avviate ancora verso nessun programma di differenziamento cellulare. Sono pertanto molto interessanti da un punto di vista biologico ed applicativo. Per quel che sappiamo oggi, che non è molto, queste cellule sono presenti solo in stadi molto precoci di sviluppo embrionale e probabilmente scarse o assenti in tessuti adulti. Per ottenerle è necessario partire da tessuti embrionali, sacrificando l’embrione. Dobbiamo quindi mettere da parte gli aspetti scientifici e considerare quelli etici e morali del problema. Chi è fortemente avverso all’utilizzo, oggi in laboratorio e magari domani in clinica, di cellule staminali, sostiene che questi studi non sono accettabili perchè per ottenere queste cellule è necessario sacrificare un embrione. La ricerca non può essere frenata, perché le potenzialità sono molte, è un campo di studio affascinante che presenta delle grandissime prospettive e campi di applicazione potenziali, a breve e a lungo termine, importanti per tante persone. Ci dobbiamo mettere d’accordo, però, sul fatto se ottenere cellule staminali sacrificando un embrione significhi prendere un individuo in potenza e sacrificarlo alla collettività. Mi pare che, al di là delle chiacchiere che vengono fatte, questo sia un punto nodale. Per quanto riguarda la ricerca in sè, il problema non sussiste.
Per quel che riguarda la ricerca in Italia, in che posizione ci collochiamo in ambito internazionale secondo lei?
Posso parlare a ragion veduta solo di ricerca biomedica e non ho dubbi nell’affermare che, mediamente, i ricercatori Italiani si collocano in buona posizione, rispetto ai colleghi di altre nazioni, sia come risultati di elevato impatto che come produttività. La differenza la fa, secondo me, il sistema Italia, non i singoli ricercatori Italiani. Infatti, è documentato che l’ottenimento di un risultato scientifico, sia questo grande o piccolo, dipende da due fattori determinanti: i fondi e le infrastrutture a disposizione del ricercatore per svolgere il proprio lavoro e la libertà di potersi dedicare a quel che più gli interessa e stimola. Purtroppo sono proprio questi due fattori che non abbondano nel nostro paese. I fondi messi a disposizione per la ricerca sono pochissimi e le infrastrutture, a parte poche e fortunate eccezioni, scarse e inaffidabili. Se questo non bastasse, in tempi recenti si è fatta strada negli organismi che finanziano la nostra ricerca la convinzione che non è giusto lasciare al ricercatore la libertà di scelta sul suo campo d’azione, ma che le sue scelte devono essere ‘guidate’ dall’alto, mediante la scelta di direttive strategiche e il forzato accorpamento di più ricercatori in progetti collaborativi, che sono diventati praticamente il solo mezzo per ottenere finanziamenti dal pubblico. Per fare un parallelo, un pò spinto ma efficace, se Albert Einstein fosse stato un ricercatore Italiano oggi, non avrebbe mai potuto dedicarsi agli studi che lo hanno portato ad elaborare la teoria della relatività, perchè troppo ‘di base’ e privi di applicazioni pratiche immediate...Fortunatamente, in alcuni campi quali quello della ricerca sul cancro o sulle malattie genetiche, intervengono organizzazioni private illuminate, quali l’Associazione Italiana per la Ricerca sul Cancro o la Fondazione Telethon, che finanziano progetti di ricerca al di fuori di questi schematismi e, per questo, contribuiscono non poco a sostenere proprio quella ricerca che rende veramente competitivi a livello internazionale gli scienziati Italiani.
Perchè è diventato professore?
Professore lo sono diventato per caso, perchè strada facendo mi sono appassionato alla ricerca ed ho scelto questo come attività principale, prima negli Stati Uniti e poi qui a Napoli. La medicina per me è stata una specie di ‘malattia ereditaria’: mio padre era medico condotto di un piccolo paesino veneto, in provincia di Treviso, e per me fare Medicina è stata la scelta più naturale. Sono poi diventato Professore, partendo da un internato fatto prima in Biologia e poi in Patologia generale e proseguito con una tesi sperimentale e la partenza per San Francisco, praticamente la settimana dopo la mia Laurea. Lì ho potuto lavorare in un contesto talmente appassionante da coinvolgermi in modo totale e, direi, irreversibile. Durante quell’esperienza ho maturato la convinzione che la ricerca fosse la mia strada. E così, una volta tornato in Italia, ho finito per continuare per quella strada ed intraprendere la carriera di Ricercatore e Docente universitario.
L’argomento del suo campo che l’appassiona di più?
Beh, io sono un Oncologo molecolare e mi interesso di genomica. Mi appassionano particolarmente le prospettive che le conoscenze sul genoma stanno offrendo allo studio dei tumori. Quindi sono la Patologia genetica e l’Oncologia le materie che più mi appassionano, e che tra l’altro sento di riuscire ad insegnare meglio agli studenti dei miei corsi.
Cosa è cambiato nel rapporto docente/studenti rispetto a quando era studente lei?
Quando ero studente di Medicina, i professori non li vedevamo praticamente mai. Personalmente, ricordo però tre docenti, legati a episodi diversi ma significativi per la mia formazione. Il primo è il prof. Coltorti, che per la prima volta portò un paziente in aula e che ci fece delle lezioni di Semeiotica medica che ancora ricordo. Poi il prof. Alfano, di Clinica chirurgia, che invitò per l’ultima lezione del corso tutti i suoi studenti a Capri, a casa sua dove tenne una lezione improntata sulla figura del Medico. Ci disse che ciò che noi saremmo diventati a breve non implicava essere meccanici che riparano un motore guasto, né commercianti che vendono un’arte per denaro, ma professionisti al servizio di persone che soffrono, e per questo confidano in noi per un aiuto, umano oltre che professionale. Ci lasciò tutti pensierosi ma fieri di quello che stavamo per diventare. L’ultimo Docente che ricordo con piacere è il Prof. Cuccurullo, di Anatomia Patologica, le cui lezioni erano bellissime ed appassionanti, di una chiarezza e precisione di esposizione ammirevoli. La cosa che invece non finisce di sorprendermi, nel mio rapporto con i miei studenti, è proprio la scarsità di rapporto. Nonostante io mi sia più volte dichiarato disponibile ad incontrare gli studenti, i pochi e sporadici contatti con loro sono legati per o più a sciocchezze relative a date ed orari di esami, sui capitoli da studiare per superare l’esame! Ho l’impressione che troppi studenti affrontino l’Università come se fosse un Liceo, composto di tante interrogazioni (esamini) che vengono dopo lezion(cine) alle quali, laddove possibile, è opportuno far filone. Per me è un gran peccato, perchè il periodo universitario rimane l’unico, nella carriera di un medico, durante il quale egli abbia a portata di mano esperti in praticamente tutti i campi del sapere medico, dai quali dovrebbe cercare di carpire quanta più conoscenza possibile, frequentandoli sia a lezione che nei laboratori e nelle cliniche.
Un consiglio agli studenti che vorrebbero perseguire la sua stessa strada.
Di non farlo, se non hanno una grande passione. Scherzo, naturalmente, ma ciò non toglie che sia una strada faticosa e molto impegnativa. Comunque, fare un’esperienza di ricerca di laboratorio è qualcosa che tutti gli aspiranti medici dovrebbero considerare, perchè è un’esperienza formativa fondamentale. Imparare a capire ed applicare il metodo ed il rigore scientifici rappresenta un bagaglio prezioso per uno studente, che potrà poi sfruttare sia nel prosieguo degli studi che nella professione. Se poi viene la passione (febbre) per la ricerca, diventa essenziale fare una buona tesi sperimentale nella materia prescelta, proseguendo con un Dottorato ed un periodo, anche lungo, trascorso in un buon laboratorio all’estero, per completare la formazione scientifica e apprendere l’Inglese, che è uno strumento essenziale per il ricercatore.
Dia un consiglio agli studenti per proseguire gli studi nel migliore dei modi.
Il periodo degli studi universitari è il momento nel quale lo studente acquisisce una formazione di tipo culturale e professionale essenziale per la sua carriera futura. L’esame è sì importante, e bisogna studiare tanto anche perchè le cose da imparare sono veramente molte, ma non è tutto. L’Università è soprattutto un contenitore culturale dove, al di là della lezione e dell’esame, va vissuta per tutto quello che può offrire. Ci sono infatti biblioteche, laboratori e reparti che vanno frequentati, anche per poter interagire con i docenti al di là dell’attività didattica formale che svolgono, seminari quasi tutti i giorni, con docenti di altri Atenei e centri di ricerca anche stranieri e tante altre iniziative che aiutano anche a vedere le materie studiate con un’altra prospettiva, rendendole più ‘appetibili’ e più facili da apprendere. Tutto ciò non deve venir considerato un accessorio ma una parte integrante della formazione dello studente. So già cose penseranno gli studenti che sentiranno queste mie parole: “E quando trovo il tempo di fare tutte queste cose?”. La mia risposta è: “Vedi che ci sono tuoi colleghi che già fanno esattamente questo. Organizzati e non lasciarti superare da chi è più organizzato di te!”.
Prof, grazie per la disponibilità.

 

 

 

 

 

 

 

 

Sito ideato e realizzato da:

Santino Cuomo, Lea Bonfiglio

Col patrocinio del Presidente del Corso di Laurea della Facoltà di Medicina e Chirurgia della Seconda Università degli Studi di Napoli

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